Catastrofi sintomatiche e catastrofi propedeutiche

S&F_scienzaefilosofia.it, Dec 2012

If still in Kant, the catastrophe was represented by the image of Lisbon earthquake, in the second half of the 20th century, the catastrophe has its own metaphor in the “hybris” of Technology. In its perverted circularity, Technology is the scene of a match played exclusively by Man, where there’s no trace of an arbiter or director. The disorientation in front of the results of his History goes beyond any ability to feel and imagine, beyond any possible human responsibility; it implies a loss of world, that is the loss of the Sense of relationship between a Subject and the Object, between mutually interested Subjects. Therefore, the catastrophe is always imminent, visible, though at the same time unperceived. Who could testify it if not Man, through his astonishment, questions and wonder? But what is left of Man once he has emancipated from the “shock” of Contingency?

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Catastrofi sintomatiche e catastrofi propedeutiche

S&F_n. 8_2012 ROSSELLA BONITO OLIVA CATASTROFI SINTOMATICHE E CATASTROFI PROPEDEUTICHE 1. Scarti evolutivi? 2. Kantastrofi 3. Postumi? ABSTRACT: If still in Kant, the catastrophe was represented by the image of Lisbon earthquake, th in the second half of the 20 century, the catastrophe has its own metaphor in the “hybris” of Technology. In its perverted circularity, Technology is the scene of a match played exclusively by Man, where there’s no trace of an arbiter or director. The disorientation in front of the results of his History goes beyond any ability to feel and imagine, beyond any possible human responsibility; it implies a loss of world, that is the loss of the Sense of relationship between a Subject and the Object, between mutually interested Subjects. Therefore, the catastrophe is always imminent, visible, though at the same time unperceived. Who could testify it if not Man, through his astonishment, questions and wonder? But what is left of Man once he has emancipated from the “shock” of Contingency? 1. Scarti evolutivi? La parola catastrofe rinvia ai nostri giorni a uragani, a tsunami o a terremoti che si abbattano sempre più numerosi su terre vicine e lontane. Ne rimaniamo sgomenti e ci sentiamo fragili e attaccabili. L’effetto non è molto diverso da quello prodotto dall’attentato alle torri gemelle, 143 dalle guerre civili che DOSSIER attraversano paesi impoveriti Rossella Bonito Oliva, Catastrofi sintomatiche dal colonialismo e segnati da conflitti religiosi ed etnici. Due tipi di catastrofe, l’una da ascrivere alla natura, l’altra alle vicende umane, senza che si registri una qualche variazione nel senso di sgomento dinanzi a qualcosa che sembra incontrollabile. È anche vero che i mezzi di informazione in ogni modo ci tengono continuamente allertati sulle variazioni climatiche – il freddo polare, il caldo torrido, l’arrivo di uragani – come sulle stragi – aggiornandoci in maniera spettacolare sulle guerre con la pretesa di alleggerire gli effetti soggettivi e oggettivi di questi eventi che, come tutti gli eventi, hanno sempre qualcosa in più o in meno di quanto sia prevedibile. Non è una novità per l’uomo cercare di conoscere in anticipo, leggere nel cielo o negli strumenti sempre più sofisticati il futuro. L’uomo è quasi naturalmente proiettato in avanti, sia come sapiens sia come faber. Gli scarti evolutivi determinati da questa capacità di progettare non compensano, però, l’effetto annichilente delle catastrofi capaci di distruggere quanto si è costruito, di delegittimare il potere previsionale della scienza e della conoscenza, lasciando l’umanità disarmata e fragile. L’impegno profuso nel fare ipotesi sul futuro tende fondamentalmente a rendere tollerabile l’intollerabile, a combattere l’angoscia, il senso del nulla, trovando un nome per le paure indeterminate, distogliendo dalla più problematica domanda di senso sulla vita umana. Si può allora capire che l’esibizione e la spettacolarizzazione delle previsioni tiene impegnate le menti, le cattura nel presente immediato o in un futuro prossimo fino a quando il gioco si rompe nell’evento catastrofico, imprevedibile e repentino. Siamo sempre pronti virtualmente, mai veramente attrezzati realmente. Ogni volta si apre la questione e prolifera una letteratura dedicata, addirittura preveggente come nei film capaci di offrire immagini più reali, talvolta in anticipo sulla realtà, di catastrofi naturali e antropologiche, in cui l’illusione di vedere 144 S&F_n. 8_2012 prima o di rimanere spettatori del disastro distoglie dalla paura dell’ignoto e secolarizzata dell’imprevedibile. si disegna la In una tempesta sorta di perfetta, profezia l’attentato terroristico con il piacere perverso di stare da un’altra parte, al di qua dello schermo, come il naufrago che guarda da lontano il mare in tempesta e la nave che affonda1. Se l’etimologia del termine catastrofe nella nostra tradizione fa riferimento al significato conferitogli da Aristotele secondo cui la catastrofe è una sorta di punto limite in cui qualcosa si conclude rovesciandosi, per avviare un nuovo inizio o una trasformazione, il significato che assume nei nostri giorni è sempre più negativo. Là dove si insiste sul rovesciamento e sulla risoluzione di una crisi il termine viene spesso all’apocalisse come fine del mondo, rivelatore o associato segnalatore dell’impossibilità di vincere il male, o meglio di combatterlo umanamente, rinviando a un fattore trascendente che ne dà ragione e in tal modo lo rende tollerabile. Persino l’uomo Moderno dinanzi alla catastrofe ritrova l’afflato metafisico, curvandolo antropocentricamente nella domanda sulla giustizia di Dio, che permette il male, punendo indistintamente il giusto e l’ingiusto. 2. Kantastrofi L’intonazione egocentrica dell’interrogazione dinanzi alla catastrofe è ben analizzata da Kant in occasione del terremoto di Lisbona: «La considerazione di tali spaventosi eventi è ricca di insegnamenti. Essa mortifica l’uomo facendogli capire che non ha alcun diritto, o che almeno l’ha perduto, di attendersi dalle leggi naturali stabilite da Dio soltanto certe conseguenze gradevoli: forse in tal modo egli imparerà a considerare che 1 Cfr. H. Blumenberg, Naufragio con spettatore, Paradigma di una metafora dell’esistenza, tr. it. il Mulino, Bologna 1985. 145 DOSSIER Rossella Bonito Oliva, Catastrofi sintomatiche questa arena delle sue bramosie non dovrebbe contenere il termine di tutti i suoi intenti»2. Il terremoto mette l’uomo dinanzi ai suoi limiti, portando a emergenza l’errore dell’ottimismo. Per prospettico Kant è della ancora sua presente hybris l’idea come di un equilibrio, di una tecnica della natura, sia pure sconosciuta all’uomo, che nonostante i suoi sforzi rimane sempre smarrito dinanzi all’imprevedibile e al distruttivo. Allora l’evento può avere l’effetto benefico di correggere l’illusione di una piena disponibilità e utilizzabilità della natura, mostrando come il piano della Provvidenza non appartiene né al sapere, né al fare dell’uomo. Kant sottolinea in questo contesto l’ambivalenza del sentimento umano dinanzi alla grandezza dei terremoti, che manifestano qualcosa in più della superficie e dell’estensione della terra calcolata dalla scienza, portando allo scoperto la forza indipendente e ignota della terra. Solo a partire da una visione antropocentrica il terremoto può essere interpretato come potenza cieca e distruttiva, consentendo all’uomo di coltivare, sia pure nella posizione di vittima, l’illusione di vivente privilegiato. Se «nella scienza naturale v’è anche un certo preciso gusto il quale sa ben distinguere le libere divagazioni di un’ansia di novità dai sicuri e cauti giudizi che hanno dalla loro parte la testimonianza dell’esperienza e la credibilità razionale»3, l’uomo tende all’audacia. Anche il Pro (...truncated)


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Bonito Oliva, Rossella. Catastrofi sintomatiche e catastrofi propedeutiche, S&F_scienzaefilosofia.it, 2012, pp. 143-155, Volume 8,