Catastrofi sintomatiche e catastrofi propedeutiche
S&F_n. 8_2012
ROSSELLA BONITO OLIVA
CATASTROFI SINTOMATICHE E CATASTROFI PROPEDEUTICHE
1. Scarti evolutivi?
2. Kantastrofi
3. Postumi?
ABSTRACT: If still in Kant, the catastrophe was
represented by the image of Lisbon earthquake,
th
in the second half of the 20
century, the
catastrophe has its own metaphor in the
“hybris” of Technology. In its perverted
circularity, Technology is the scene of a match
played exclusively by Man, where there’s no
trace
of
an
arbiter
or
director.
The
disorientation in front of the results of his
History goes beyond any ability to feel and
imagine,
beyond
any
possible
human
responsibility; it implies a loss of world,
that is the loss of the Sense of relationship
between a Subject and the Object, between
mutually interested Subjects. Therefore, the
catastrophe is always imminent, visible, though
at the same time unperceived. Who could testify
it if not Man, through his astonishment,
questions and wonder? But what is left of Man
once he has emancipated from the “shock” of
Contingency?
1. Scarti evolutivi?
La parola catastrofe rinvia ai nostri giorni a uragani, a tsunami
o a terremoti che si abbattano sempre più numerosi su terre vicine
e
lontane.
Ne
rimaniamo
sgomenti
e
ci
sentiamo
fragili
e
attaccabili. L’effetto non è molto diverso da quello prodotto
dall’attentato
alle
torri
gemelle,
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dalle
guerre
civili
che
DOSSIER
attraversano
paesi
impoveriti
Rossella Bonito Oliva, Catastrofi sintomatiche
dal
colonialismo
e
segnati
da
conflitti religiosi ed etnici. Due tipi di catastrofe, l’una da
ascrivere alla natura, l’altra alle vicende umane, senza che si
registri una qualche variazione nel senso di sgomento dinanzi a
qualcosa che sembra incontrollabile. È anche vero che i mezzi di
informazione in ogni modo ci tengono continuamente allertati sulle
variazioni
climatiche
–
il
freddo
polare,
il
caldo
torrido,
l’arrivo di uragani – come sulle stragi – aggiornandoci in maniera
spettacolare
sulle
guerre
con
la
pretesa
di
alleggerire
gli
effetti soggettivi e oggettivi di questi eventi che, come tutti
gli eventi, hanno sempre qualcosa in più o in meno di quanto sia
prevedibile. Non è una novità per l’uomo cercare di conoscere in
anticipo,
leggere
nel
cielo
o
negli
strumenti
sempre
più
sofisticati il futuro. L’uomo è quasi naturalmente proiettato in
avanti, sia come sapiens sia come faber. Gli scarti evolutivi
determinati da questa capacità di progettare non compensano, però,
l’effetto
annichilente
delle
catastrofi
capaci
di
distruggere
quanto si è costruito, di delegittimare il potere previsionale
della scienza e della conoscenza, lasciando l’umanità disarmata e
fragile. L’impegno profuso nel fare ipotesi sul futuro tende
fondamentalmente
a
rendere
tollerabile
l’intollerabile,
a
combattere l’angoscia, il senso del nulla, trovando un nome per le
paure indeterminate, distogliendo dalla più problematica domanda
di senso sulla vita umana. Si può allora capire che l’esibizione e
la spettacolarizzazione delle previsioni tiene impegnate le menti,
le cattura nel presente immediato o in un futuro prossimo fino a
quando il gioco si rompe nell’evento catastrofico, imprevedibile e
repentino.
Siamo
sempre
pronti
virtualmente,
mai
veramente
attrezzati realmente.
Ogni volta si apre la questione e prolifera una letteratura
dedicata, addirittura preveggente come nei film capaci di offrire
immagini
più
reali,
talvolta
in
anticipo
sulla
realtà,
di
catastrofi naturali e antropologiche, in cui l’illusione di vedere
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S&F_n. 8_2012
prima o di rimanere spettatori del disastro distoglie dalla paura
dell’ignoto
e
secolarizzata
dell’imprevedibile.
si
disegna
la
In
una
tempesta
sorta
di
perfetta,
profezia
l’attentato
terroristico con il piacere perverso di stare da un’altra parte,
al di qua dello schermo, come il naufrago che guarda da lontano il
mare in tempesta e la nave che affonda1.
Se l’etimologia del termine catastrofe nella nostra tradizione fa
riferimento al significato conferitogli da Aristotele secondo cui
la catastrofe è una sorta di punto limite in cui qualcosa si
conclude
rovesciandosi,
per
avviare
un
nuovo
inizio
o
una
trasformazione, il significato che assume nei nostri giorni è
sempre più negativo. Là dove si insiste sul rovesciamento e sulla
risoluzione
di
una
crisi
il
termine
viene
spesso
all’apocalisse
come
fine
del
mondo,
rivelatore
o
associato
segnalatore
dell’impossibilità di vincere il male, o meglio di combatterlo
umanamente, rinviando a un fattore trascendente che ne dà ragione
e in tal modo lo rende tollerabile. Persino l’uomo Moderno dinanzi
alla
catastrofe
ritrova
l’afflato
metafisico,
curvandolo
antropocentricamente nella domanda sulla giustizia di Dio, che
permette il male, punendo indistintamente il giusto e l’ingiusto.
2. Kantastrofi
L’intonazione
egocentrica
dell’interrogazione
dinanzi
alla
catastrofe è ben analizzata da Kant in occasione del terremoto di
Lisbona: «La considerazione di tali spaventosi eventi è ricca di
insegnamenti. Essa mortifica l’uomo facendogli capire che non ha
alcun diritto, o che almeno l’ha perduto, di attendersi dalle
leggi
naturali
stabilite
da
Dio
soltanto
certe
conseguenze
gradevoli: forse in tal modo egli imparerà a considerare che
1
Cfr. H. Blumenberg, Naufragio con spettatore, Paradigma di una metafora
dell’esistenza, tr. it. il Mulino, Bologna 1985.
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DOSSIER
Rossella Bonito Oliva, Catastrofi sintomatiche
questa arena delle sue bramosie non dovrebbe contenere il termine
di tutti i suoi intenti»2.
Il terremoto mette l’uomo dinanzi ai suoi limiti, portando a
emergenza
l’errore
dell’ottimismo.
Per
prospettico
Kant
è
della
ancora
sua
presente
hybris
l’idea
come
di
un
equilibrio, di una tecnica della natura, sia pure sconosciuta
all’uomo, che nonostante i suoi sforzi rimane sempre smarrito
dinanzi all’imprevedibile e al distruttivo. Allora l’evento può
avere l’effetto benefico di correggere l’illusione di una piena
disponibilità e utilizzabilità della natura, mostrando come il
piano della Provvidenza non appartiene né al sapere, né al fare
dell’uomo.
Kant sottolinea in questo contesto l’ambivalenza del sentimento
umano
dinanzi
alla
grandezza
dei
terremoti,
che
manifestano
qualcosa in più della superficie e dell’estensione della terra
calcolata
dalla
scienza,
portando
allo
scoperto
la
forza
indipendente e ignota della terra. Solo a partire da una visione
antropocentrica il terremoto può essere interpretato come potenza
cieca e distruttiva, consentendo all’uomo di coltivare, sia pure
nella posizione di vittima, l’illusione di vivente privilegiato.
Se «nella scienza naturale v’è anche un certo preciso gusto il
quale sa ben distinguere le libere divagazioni di un’ansia di
novità dai sicuri e cauti giudizi che hanno dalla loro parte la
testimonianza dell’esperienza e la credibilità razionale»3, l’uomo
tende all’audacia. Anche il Pro (...truncated)