La narrazione analitica come costruzione
International Journal of Psychoanalysis and Education - IJPE
2011 vol. III, n° 1
ISSN 2035-4630 (periodico semestrale pubblicato telematicamente su http://www.psychoedu.org)
La narrazione analitica come costruzione
David Meghnagi
Professore di psicologia clinica all’Università degli studi Roma Tre, dove dirige il
Master internazionale in didattica della Shoah; Full member dell’International
Psychoanalytical Association (IPA); membro ordinario della Società psicoanalitica italiana
(SPI); già vicepresidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. È membro della
Delegazione italiana presso la ITFR
Abstract
La postura positivistica dell’analista che studia dall’esterno la realtà del paziente,
per quanto superata dagli sviluppi del pensiero psicoanalitico, conserva una sua forza di
attrazione. Il campo analitico è vasto e pluridimensionale. Il racconto clinico è
un’elaborazione dell'esperienza dell'analisi, una sua “trasformazione” dove è evidente la
presenza di un dialogo tra due persone in cui entrano in gioco molte variabili, individuali,
interpersonali e collettive.
L’interpretazione funziona se è all’unisono con i bisogni
profondi del paziente. Il paziente deve percepire nel profondo che quel che è detto è sentito
come vero dall’analista. La conquista del rispetto di sé è un passaggio fondamentale perché
in seguito l’interpretazione dell’analista possa svolgere una funzione trasformativa.
Premessa
La postura positivistica dell’analista che studia dall’esterno la realtà del paziente, per
quanto superata dagli sviluppi del pensiero psicoanalitico, conserva una sua forza di
attrazione. Il fatto che la classificazione del DSM sia oggi orientata in senso statistico,
cambia solo in parte la situazione (DSM-IV-TR, 2002). Nei genitori che si rivolgono per
organo ufficiale dell’Associazione di Psicoanalisi della Relazione Educativa A.P.R.E.
iscr. Tribunale di Roma n°142/09 4/9/09 (copyright © APRE 2006) editor in chief: R. F. Pergola
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chiedere aiuto per un figlio o per una figlia, quest’atteggiamento permette di immaginarsi
come “esterni” al problema per il quale essi hanno deciso di rivolgersi a uno specialista. In
tal modo i genitori possono continuare a illudersi che il problema sia esclusivamente dei
figli. Nell’analista questo schermo difensivo permette di evitare il contatto con gli aspetti
scissi della propria personalità.
Lo sviluppo delle conoscenze teoriche e l'accumularsi dell'esperienza clinica rende oggi
possibile, nell’esposizione del materiale clinico, un salto dalla concreta materia di cui ci
parla Freud a una più astratta. Ciò è possibile perché le passate scoperte della psicoanalisi
vi sono presupposte. In realtà è solo uno degli aspetti del problema. Accanto a importanti
questioni etiche e deontologiche di tutela della privacy dei pazienti, ci può essere da parte
dell’analista il timore di esporre la propria persona alle critiche altrui.
Non potendo più utilizzare lo schermo di un’oggettività reificata propria di un modello
naturalistico ormai improponibile, che guarda al paziente come un oggetto e non come a un
soggetto di relazione, l’analista potrebbe essere tentato di mettere in atto dispositivi più
complicati di occultamento del processo analitico.
Nell’esposizione di un caso clinico quanto più asettica è la descrizione e quanto più
confacente appare ai cliché della prassi riconosciuta e consolidata, tanto più dovremmo
insospettirci che non tutto è stato riferito dall’analista: la parte più importante e interessante
della relazione analitica è stata occultata.
Gli allievi in formazione lo sanno talmente bene da essere tentati di tenere nascoste le
loro vere convinzioni, piegando la scrittura del caso alla volontà del supervisore,
rimandando a quando saranno liberi di dire quel che veramente pensano. In nome del
“realismo” e del “principio di realtà” molti allievi evitano di complicarsi l’esistenza. Il
guaio è che dopo l’associatura bisogna diventare “membri ordinari” e poi magari “analisti
con funzioni di training”. Parafrasando Ferenczi il richiamo “al principio di realtà” si rivela
in questo caso già in partenza come un cedimento regressivo al “principio del piacere” (S.
Ferenczi, 2004, p. 89).
Quando si incontrano delle difficoltà nel trattamento di un caso clinico, la cosa più
saggia da fare, anche per un analista esperto, è di discuterne con altri colleghi. Tanto più lo
devono fare gli allievi e se non sono convinti di ciò che gli insegnanti e i supervisori dicono
loro, è bene che lo dicano e che lo rendano esplicito. Non è detto, infatti, che ad avere torto
siano sempre loro. Potrebbero sbagliare gli insegnanti.
Assumere internamente la
possibilità di condividere con altri il proprio lavoro ha una funzione benefica sul
organo ufficiale dell’Associazione di Psicoanalisi della Relazione Educativa A.P.R.E.
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funzionamento mentale dell’analista. Contribuisce a far uscire molte analisi da una
situazione di stallo.
La narrazione come trasformazione
La narrazione clinica è un’elaborazione dell'esperienza dell'analisi, una sua
“trasformazione” dove è evidente la presenza di un dialogo tra due persone in cui entrano in
gioco molte variabili.
La presentazione del materiale di una seduta è il segno della trasformazione cui è andata
incontro la relazione, il modo in cui il vissuto del paziente è empaticamente diventato parte
del vissuto dell’analista. Non è un punto di arrivo, ma una possibile apertura su un intero
mondo che chiede ascolto.
La scelta dell’analista di riferirsi a un vertice piuttosto che un altro del campo analitico
dipende dalle condizioni generali del paziente, dal materiale prodotto in seduta e da molti
altri elementi. Il campo analitico è vasto e pluridimensionale. I vertici da cui osservare una
situazione sono diversi. Ci sono aspetti individuali e intrapsichici che riguardano sia
l’analista sia il paziente. C’è una dimensione interpersonale che li coinvolge in un rapporto
speciale finalizzato alla cura. Ci sono aspetti gruppali che rimandano alla realtà sociale e
culturale del paziente e dell’analista. C’è una dimensione collettiva che li oltrepassa e che
ha un ruolo importante nella dinamica del trasnfert e del controtransfert. Ci sono “cripte”
che collegano a “un passato che non passa”, legami spezzati e incompiuti che collegano a
un mondo che il paziente può non avere conosciuto direttamente.
La vera posta in gioco nell’esposizione del materiale clinico riguarda la capacità di
esporre il proprio lavoro alla critica del lettore e, in primo luogo, dei colleghi. Ogni qual
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