Tanto ruminare per nulla: Psicopatologia dell’apprendimento in “rete”
International Journal of Psychoanalysis and Education - IJPE
2010 vol. II, n° 2
ISSN 2035-4630
(versione telematica pubblicata all’indirizzo www.psychoedu.org)
TANTO RUMINARE PER NULLA:
PSICOPATOLOGIA DELL’APPRENDIMENTO IN “RETE”
Davide Barone
(psicologo clinico, counsellor, educatore, collaboratore Area Ricerca e Formazione dell’Istituto
Atmos-artiterapeutiche di Roma)
Introduzione: il sintomo è messaggio
Gianbattista Presti definisce L’Internet dipendenza una… «dipendenza da
ambienti creati digitalmente e da relazioni mediate da strumenti di comunicazione
digitale” osservando che: “i dati emersi dalle ricerche empiriche rivelano che la
dipendenza dei soggetti sembra non derivare dallo strumento in sè ma dalle
relazioni che lo strumento veicola» (2001). In sostanza l’autore considera la “Rete”
un’insieme di possibilità suscettibili di diventare oggetto di dipendenza.
Credo che questo tipo di definizioni, sebbene abbia un fondamento innegabile di
verità e utilità ai fini della ricerca, riveli, a volte, una propensione riduttivistica che
è tipica di una psicologia pragmatica fedele ad una lettura dei problemi in termini
comportamentistici. Considerare internet solo come un’agglomerato di funzioni
analizzabili al di fuori di un contesto di significazione quale potrebbe essere il
nostro modo di rappresentarci la rete; l’immagine soggettiva-collettiva mitizzata
che ne abbiamo; non consente di interpretare una serie di possibili nessi
“simbolico-affettivi”(Fornari 1976) tra il comportamento (l’abuso di internet) e il
pensiero inconscio.
Il “sintomo” cyberdipendenza può essere svelato nella sua reificazione,
organo ufficiale dell’Associazione di Psicoanalisi della Relazione Educativa A.P.R.E.
iscr. Tribunale di Roma n°142/09 4/9/09 (copyright © APRE 2006) editor in chief: R. F. Pergola
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ricollegato alla matrice originaria, al “codice sorgente” di significazione.
L’incapacità discriminatoria (principio di simmetria di Matte Blanco) della
modalità di pensiero inconscia potrebbe rendere possibile, ad esempio, un’equazione
“privata” tra onnipotenzialità in ambiente tecnologico cyberspaziale e onnipotenza
in ambiente biologico
primario giustificando,
eventualmente,
anche una
ridefinizione della cyberdipendenza in termini di riattualizzazione compensativa
di un esperienza di attaccamento carenziale. La dipendenza da internet, dunque,
come tentativo di protesizzare una mancanza originaria, un vuoto strutturale, una
carenza del senso della propria esistenza residuata da ferite e frustrazioni
narcisistiche nella prima infanzia.
L’accumulo di una stimolazione elettronica non elaborata; la ricerca incessante di
un immersione e di un assorbimento totalizzante nel cyberworld, costituirebbe, in
pratica,
l”agito”
compensativo
di
quel
desiderio
narcisistico
di
essere
fantasmaticamente sempre in contatto e colmi dell’oggetto d’amore primario; a
questo livello di realizzazione inconscia non si avverte discontinuità tra desiderio,
attesa ed eventuale soddisfazione del desiderio, tutto rimane sospeso in una
dimensione “nirvanica” di continuo accesso e possesso dell’“oggetto”.
In qualità di “agito”, drammatizzazione1 inconsapevole di un desiderio,
“l’internet
dipendenza”
potrebbe
essere
sintomatica
di
un’incapacità
a
rappresentare, simbolicamente, in modo non dissociato, l’affetto di un’ esperienza
relazionale
di
attaccamento
traumatica,
disfunzionale
per
lo
sviluppo
psicoaffettivo2. Tale incapacità (Fonagy e Target 2001) si correla, circolarmente, ad
una difficoltà a pensare “metacognitivamente”3, ossia in termini metaforici non
1
Nella concezione di Bromberg le esperienze dissociate non vengono comunicate a parole ma possono
essere osservate nei patterns di comportamento.
2
La carenza di un holding primario in grado di accogliere e restituire bonificate le emozioni negative
incontenibili (come l’ansia, la depressione, la gelosia, l’invidia, la rabbia, l’ira) limita la possibilità che il vissuto
interno sia accettato dal bambino e quindi distinto dalla realtà esterna. Permane in questi casi “un modo non
differenziato di rappresentare l’esperienza interna ed esterna” (Fonagy & Target, 2001) con un impatto negativo
sullo sviluppo delle capacità di autoosservazione, di riflessione, di riconoscere che ci sono differenti modi di
vedere le cose.
3
La metacognizione si distingue dalla semplice cognizione in quanto quest'ultima è implicita e irriflessa,
mentre la prima prende le distanze dall'identificazione immediata con gli stati mentali per osservarli e riflettere
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“degradati”, distinguendo tra significante e significato, soggettivo e oggettivo,
illusione e verità, virtuale e reale.
Il deficit metacognitivo sarebbe alla base, insomma, della tendenza di alcuni
“cyberdipendenti” a mettere sullo stesso piano simbolico, confondendole,
l’esperienza di ricevere nutrimento e protezione dalla figura d’accudimento e quella
di introiettare, assorbire incessantemente con la mente, informazioni ed esperienze
virtuali durante la connessione ad Internet attualizzando, così, un’”equivalenza
simbolica” il cui nesso associativo origina nel protomentale4; affonda le radici
nell’intersezione tra modelli di funzionamento fisiologici e mentali, laddove
l’introiezione, in tutte le sue forme, condivide la memoria procedurale del “mettere
in bocca”, incorporare per via orale.
Il mericismo digitale: una lettura “gaddiniana” dell’internet -dipendenza
Ritengo che, nella misura in cui accettiamo l’ idea di una matrice simbolica
originaria tra nutrizione ed apprendimento, digestione ed elaborazione intellettiva,
relazione oggettuale e oralità; l’interpretazione “gaddiniana”, della sindrome
mericistica,5 possa rappresentare una chiave di lettura metaforica interessante di
alcune particolari dinamiche psicopatologiche sottese all’ Internet dipendenza.
su di essi. Grazie alla metacognizione diamo significato e valore all'esperienza, distinguendo il vero dal falso, il
giusto dall'ingiusto, il reale dall'immaginario.
4
Termine coniato da Bion per descrivere un modo di procedere della mente già presente nella vita
intrauterina (attività mentali elementari) che rimane presente come modalità processuale anche nell’individuo
adulto. Secondo il modello psicofisiologico di V Ruggieri (1997) non esiste alcuna contraddizione tra ciò che
chiamiamo mentale ed il biologico, anche l’atto del trattenere espellere originariamente concreto non si libera
mai completamente della sua componente corporea.
5
Rena (...truncated)