La discussione attuale sul Gesù storico: problemi e criteri
„Ruch Biblijny i Liturgiczny” 68 (2015) nr 2, s. 137–157
Andrzej Gieniusz CR
Pontificia Università Urbaniana
La discussione attuale sul Gesù storico:
problemi e criteri
C’era una volta un esegeta che ancora non sapeva che cosa fossero
“Formgeschichte”, “Radaktionsgeschichte” e neppure “Sitz im Leben”.
Viveva felice e contento, sicuro di conoscere Quello che amava. Non aveva forse tutte le ragioni per potersi fidare dei più importanti documenti
che ne parlavano, ossia i vangeli? Quale miglior testimonianza avrebbe,
infatti, potuto desiderare se le sue fonti non erano che i racconti dei testimoni oculari, i quali per di più avevano dato la vita per la verità di ciò
che raccontavano? Su basi molto più deboli i giudici mandavano e continuano a mandare sulla forca migliaia di accusati1. Il nostro esegeta non
si lamentava neanche quando ogni tanto qualcuno gli faceva notare che
i racconti di quattro bravi uomini che avevano scritto i vangeli non sempre
1 Con questa descrizione alludiamo all’impostazione classica della difesa del valore
storico dei vangeli, che prendeva come modello il processo giudiziario nel quale bisogna
provare l’affidabilità dei testimoni e il carattere oculare della loro testimonianza con aggiunta – nel caso dei vangeli – della dimostrazione dell’integrità del loro testo. L’apologetica
classica comprendeva dunque tre prove: (1) quella della fedele corrispondenza tra il testo
in nostro possesso e l’originale, (2) quella dell’attendibilità degli autori dei quattro vangeli, in quanto persone bene informate sugli avvenimenti, (3) quella della sincerità degli
evangelisti i quali non solo potevano, ma volevano dire la verità.
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dicevano esattamente la stessa cosa2. Le differenze erano secondarie, come
2 Il primo noto denunciatore delle discordanze tra i singoli vangeli sarebbe stato Celso
(Il vero discorso scritto nel 178 ca), le cui critiche ci sono pervenute grazie alla risposta
datagli nel famoso Contro Celsum da Origene (Sources Chrétiennes, 132). Più tardi, nel
IV secolo, la tesi che “gli evangelisti fossero degli inventori, non storici delle cose che
raccontano di Gesù” cercava di giustificare il neoplatonico Porfirio, che ricorreva anche
lui a delle inverosimiglianze oppure a delle contraddizioni all’interno dei testi evangelici
(frammento 15 citato in P. de Labriolle, La Réaction païenne. Étude sur la polémique antichrétienne du Ier au Vie siècle, Paris 1942, 251). Tuttavia, la vera esplosione della questione
del Gesù storico avvenne soltanto nell’epoca moderna, cominciando dal periodo dell’Illuminismo ed esattamente dall’anno 1778, in cui fu pubblicato a Braunschweig l’ultimo
estratto di un manoscritto di 4.000 pagine dal titolo Lo scopo di Gesù e quello dei suoi discepoli, scritto da Hermann Samuel Reimarus. Iniziata da lui la Leben-Jesu-Forschung offriva un’altra interpretazione del materiale evangelico, a volte scandalosa per le orecchie
cristiane; tuttavia di solito non si metteva in dubbio né l’autenticità dei singoli vangeli né
l’onestà dei singoli evangelisti, e di conseguenza, l’affidabilità dei dati contenuti nei loro
scritti (si legga a proposito il giudizio di Reimarus circa la differenza tra gli evangelisti e gli
apostoli: “Gli apostoli sono stati anch’essi maestri e presentavano anche dottrine proprie,
e nemmeno hanno affermato che Gesù, il loro maestro, abbia detto e insegnato proprio
tutto quello ch’essi scrivono. I quattro evangelisti, al contrario, si comportano puramente
e semplicemente come storici che hanno annotato, per darne notizia, l’essenziale di ciò che
Gesù ha detto e fatto; ora, se noi vogliamo sapere esattamente quale sia stata la dottrina
di Gesù, che cosa egli abbia detto e quale sia stato il contenuto della sua predicazione …
non c’è da dubitare né dell’esattezza delle loro notizie, né da credere ch’essi abbiano dovuto
sottacere o abbiano dimenticato qualche punto importante ed essenziale della dottrina;
non c’è quindi nemmeno da pensare che Gesù con la sua dottrina intendesse qualcos’altro
o avesse altri scopi di ciò che si può dedurre dalle parole propriamente attribuitegli dagli
evangelisti”, I frammenti dell’Anonimo di Wolfenbüttel pubblicati da G. E. Lessing, Napoli
1977, 358). Veniva rifiutata soltanto l’interpretazione offerta dalla tradizione cristiana
(dagli apostoli nella terminologia di Reimarus). Questa fase «iper-critica» della questione del Gesù storico durerà fino agli inizi del Novecento e riceverà il colpo di grazia di
marca liberale grazie all’opera classica del giovane A. Schweitzer, Von Reimarus zu Wrede,
Tübingen 1906, ripubblicata nel 1913 sotto il titolo Geschichte der Leben-Jesu-Forschung,
alla quale rimandiamo per maggiori dettagli sul periodo (in italiano sotto il titolo Storia
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capita spesso con le testimonianze nelle aule dei tribunali, dove il sospetto di falsa testimonianza o di congiura nasce non quando i testimoni divergono nei dettagli ma nel caso opposto, cioè quando essi parlano
all’unisono3. Niente disturbava dunque seriamente la sua quiete finché un
giorno, agli inizi del Novecento, arrivarono le brutte parole tedesche. Da
allora niente fu più come prima: il Signore Gesù diventò il “Gesù storico” oppure “il Cristo della fede”; i vangeli, vennero considerati materiale
di triplice oppure di duplice tradizione o peggio ancora “das Sondergut”
dei singoli evangelisti; questi ultimi – invece di essere ritenuti testimoni
della ricerca della vita di Gesù, Bologna 1986). La ricerca di Schweitzer mostrò con acutezza inesorabile che tutte “le vite di Gesù” nate in questo periodo, nonostante avessero
la pretesa di essere ricavate dai Vangeli, erano di fatto rappresentazioni di comodo: ogni
epoca, ogni teologia, ogni autore infatti rivestiva Gesù con i suoi panni.
3 Il fatto e il problema delle discordanze tra i singoli evangelisti è noto dagli albori del cristianesimo e ha ricevuto diverse soluzioni. Una è costituita dal tentativo di armonizzare i vangeli, ed è riconducibile a Taziano, il quale, nel suo celebre Diatessaron
(composto verso il 175–180), aveva cercato non tanto di spiegare e diminuire il numero
e l’importanza delle discordanze, ma semplicemente di eliminarle fisicamente fondendo
dei quattro vangeli uno solo. La risposta classica, offerta da Agostino nei quattro libri del
suo De consensu evangelistarum (Patrologia Latina, 34), era stata invece di tipo concordista: ad es., secondo lui Gesù avrebbe tenuto il discorso delle beatitudini prima sul monte
(Mt 1, 1) e poi a valle (Lc 6, 17) (cfr. nn. 45–47). In generale Agostino mirava a mostrare
l’accordo profondo che esisteva tra le testimonianze relative a Gesù insistendo sul fatto
che nei vangeli bisognava cercare non le stessissime parole e gli stessissimi gesti di Gesù
ma il senso globale delle sue frasi e delle sue azioni (nn. 27–28). Il più radicale di tutti,
infine, fu Marcione, il quale aveva ridotto il numero delle fonti ad una sola, (...truncated)