Cinema and the Shoah

International Journal of Psychoanalysis and Education, Jun 2012

Cinema is memory. Films on the Holocaust, in particular, have turned into a paradigm of memory itself. From the standpoint of the dialectic of memory and forgetting, the exercise of memory through cinema becomes a grand cultural mediation that space where so many representations and history itself are negotiated. At the center of this paper is the range of meanings that films can convey in the public space. Within this context cinema has played a role in the construction of public and collective memory, while at the same time reflecting and respecting the timing of collective grief-work.

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Cinema and the Shoah

International Journal of Psychoanalysis and Education - IJPE 2012 vol. IV, n° 1 ISSN 2035-4630 (rivista scientifica telematica quadrimestrale edita all’URL: www.psychoedu.org) CINEMA E SHOAH Claudia Hassan35 Abstract Il cinema è memoria. Il cinema sulla Shoah, in particolare, è diventato il paradigma stesso della memoria. Nella prospettiva della dialettica tra memoria e oblio il discorso sulla memoria attraverso il cinema diventa quella grande mediazione, quello spazio di negoziazione delle tante rappresentazioni e della storia stessa. Il saggio s’interroga sulla catena di questi significati che le opere filmiche possono assumere nello spazio pubblico. Il cinema all’interno di questa cornice ha avuto un ruolo nella costruzione della memoria pubblica e di quella collettiva rispecchiando spesso però i tempi della elaborazione collettiva del lutto. Parole chiave: cinema, memoria, elaborazione del lutto collettiva Cinema and the Shoah Abstract Cinema is memory. Films on the Holocaust, in particular, have turned into a paradigm of memory itself. From the standpoint of the dialectic of memory and forgetting, the exercise of memory through cinema becomes a grand cultural mediation that space where so many representations and history itself are negotiated. At the center of this paper is the range of meanings that films can convey in the public space. Within this context cinema has played a role in the construction of public and collective memory, while at the same time reflecting and respecting the timing of collective grief-work. 35 Claudia Hassan, docente presso l’Università di Tor Vergata. Sponsorizzata dall’Associazione di Psicoanalisi della Relazione Educativa A.P.R.E. Iscr. Tribunale di Roma n°142/09 4/9/09 (copyright © APRE 2006) Editor in Chief: R. F. Pergola 162 International Journal of Psychoanalysis and Education - IJPE 2012 vol. IV, n° 1 ISSN 2035-4630 (rivista scientifica telematica quadrimestrale edita all’URL: www.psychoedu.org) Key-words: cinema, memory, collective grief-work Il cinema è memoria. Il cinema sulla Shoah, in particolare, è diventato il paradigma stesso della memoria. Ma questa affermazione vale solo per gli ultimi anni, quando la riflessione collettiva, la ricerca storica e le istituzioni della politica hanno fatto cadere il muro di silenzio che aveva avvolto tutti i temi sulla persecuzione antiebraica nella seconda guerra mondiale. Il cinema, come gli altri campi del sapere e della vita collettiva ignorava, tranne alcune eccezioni, il tema della Shoah. Nella prospettiva della dialettica tra memoria e oblio il discorso sulla memoria attraverso il cinema diventa quella grande mediazione, quello spazio di negoziazione delle tante rappresentazioni e della storia stessa. Il cinema ci ha posto in contatto negli ultimi anni con i grandi temi della storia del novecento attraverso lo sguardo filtrato del racconto. Se ripercorriamo la storia del rapporto tra cinema e Shoah possiamo ritrovare le tracce della stessa dialettica che c’è tra la storia e la memoria. C’è una perfetta corrispondenza nei tempi e nelle modalità della rappresentazione filmica con la memoria nelle sue varie articolazioni. Il cinema non è stato, quindi, in generale, precursore critico o apripista ma ha perfettamente rappresentato i tempi in cui operava nell’elaborazione del lutto collettivo e della memoria della Shoah. E all’interno di quella cornice ha creato e stimolato il discorso pubblico, ha avuto un ruolo nella costruzione della memoria pubblica e di quella collettiva. La storia della Shoah è anche la storia del suo racconto e delle rappresentazioni identitarie che i gruppi si sono dati, è la storia della costruzione della memoria. la narrazione della Shoah cambia a seconda dei vari momenti storici corrispondendo alle varie auto rappresentazioni dei gruppi o ai bisogni delle collettività. È un campo simbolico, terreno di scontro e di competizioni tra attori sociali diversi. Oggi tutti i paesi coinvolti nel genocidio ebraico e non solo quelli coinvolti direttamente, hanno una politica della memoria della Shoah, conservano i luoghi dello stermino commemorano la giornata della memoria e costruiscono musei e monumenti. Ogni Sponsorizzata dall’Associazione di Psicoanalisi della Relazione Educativa A.P.R.E. Iscr. Tribunale di Roma n°142/09 4/9/09 (copyright © APRE 2006) Editor in Chief: R. F. Pergola 163 International Journal of Psychoanalysis and Education - IJPE 2012 vol. IV, n° 1 ISSN 2035-4630 (rivista scientifica telematica quadrimestrale edita all’URL: www.psychoedu.org) paese ha anche un suo cinema. Non è stato sempre così, nell’immediato dopoguerra il silenzio su Auschwitz era la regola e gli stessi sopravvissuti preferivano tacere. Il trauma doveva ancora essere elaborato. La storia narrata era quella degli Stati. Negli Stati Uniti il racconto era quello della democrazia vincente sui paesi delle dittature, nello stesso Stato d’Israele, dove l’ideologia vincente del sionismo che aveva creato uno stato nel deserto e con il duro lavoro era riuscito a liberarsi da una situazione anomala di senza terra, non c’era spazio per i sopravvissuti pur essendo quasi un terzo della popolazione. La presenza della Shoah nella mentalità collettiva di Israele ha avuto un momento di svolta con il processo Eichmann mandato in diretta alla radio israeliana. La Shoah diventava una metafora di tutto quello che il popolo israeliano poteva imparare dalla tragedia del proprio popolo. Questo dolore quindi sembrava riuscire fuori dopo anni in cui il lutto era rimasto sospeso, nascosto, latente nella vitalità del nuovo Stato impegnato a combattere per la sopravvivenza. Così accadeva in Europa e negli Stati Uniti. Una rimozione collettiva e statuale di un passato difficile persino da pensare e immaginare. Il discorso pubblico e politico collegava direttamente la rinascita dello Stato ebraico ad un passato glorioso. Si creava così un salto storico con un vuoto non nominato. La Shoah semplicemente non era, era assente nella ricostruzione della storia e della memoria israeliana nei primi anni di vita dello Stato. E con la Shoah venivano cancellati duemila anni di vita ebraica, perché la storia poteva essere solo quella di un popolo, di una nazione e non di individui diasporici (cfr. Gurion, 1957 ). La storia voleva eroi e le vittime venivano occultate nel discorso pubblico. Il silenzio pubblico non risparmiava né l’Europa né gli Stati Uniti. Nel nostro paese occorreva dare spazio alla lotta partigiana, all’eroe della resistenza. “La deportazione razziale occupa oggi in seno alla memoria collettiva – è questo uno dei tanti paradossi di cui è ricca la storia – una posizione ben più grande di quella riservata alla deportazione politica, esattamente all’opposto di quanto avveniva nel dopoguerra quando, durante le commemorazioni ufficiali, la valorizzazione degli eroi – i Sponsorizzata dall’Associazione di Psicoanalisi della Relazione Educativa A.P.R.E. Iscr. Tribunale di Roma n°142/09 4/9/09 (copyr (...truncated)


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Claudia Hassan. Cinema and the Shoah, International Journal of Psychoanalysis and Education, 2012, pp. 162-175, Volume 1,