Cinema and the Shoah
International Journal of Psychoanalysis and Education - IJPE
2012 vol. IV, n° 1
ISSN 2035-4630
(rivista scientifica telematica quadrimestrale edita all’URL: www.psychoedu.org)
CINEMA E SHOAH
Claudia Hassan35
Abstract
Il cinema è memoria. Il cinema sulla Shoah, in particolare, è diventato il paradigma stesso
della memoria. Nella prospettiva della dialettica tra memoria e oblio il discorso sulla memoria
attraverso il cinema diventa quella grande mediazione, quello spazio di negoziazione delle
tante rappresentazioni e della storia stessa. Il saggio s’interroga sulla catena di questi
significati che le opere filmiche possono assumere nello spazio pubblico. Il cinema all’interno
di questa cornice ha avuto un ruolo nella costruzione della memoria pubblica e di quella
collettiva rispecchiando spesso però i tempi della elaborazione collettiva del lutto.
Parole chiave: cinema, memoria, elaborazione del lutto collettiva
Cinema and the Shoah
Abstract
Cinema is memory. Films on the Holocaust, in particular, have turned into a paradigm of
memory itself. From the standpoint of the dialectic of memory and forgetting, the exercise of
memory through cinema becomes a grand cultural mediation that space where so many
representations and history itself are negotiated. At the center of this paper is the range of
meanings that films can convey in the public space. Within this context cinema has played a
role in the construction of public and collective memory, while at the same time reflecting and
respecting the timing of collective grief-work.
35
Claudia Hassan, docente presso l’Università di Tor Vergata.
Sponsorizzata dall’Associazione di Psicoanalisi della Relazione Educativa A.P.R.E.
Iscr. Tribunale di Roma n°142/09 4/9/09 (copyright © APRE 2006) Editor in Chief: R. F. Pergola
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Key-words: cinema, memory, collective grief-work
Il cinema è memoria. Il cinema sulla Shoah, in particolare, è diventato il paradigma
stesso della memoria. Ma questa affermazione vale solo per gli ultimi anni, quando la
riflessione collettiva, la ricerca storica e le istituzioni della politica hanno fatto cadere
il muro di silenzio che aveva avvolto tutti i temi sulla persecuzione antiebraica nella
seconda guerra mondiale. Il cinema, come gli altri campi del sapere e della vita
collettiva ignorava, tranne alcune eccezioni, il tema della Shoah. Nella prospettiva
della dialettica tra memoria e oblio il discorso sulla memoria attraverso il cinema
diventa quella grande mediazione, quello spazio di negoziazione delle tante
rappresentazioni e della storia stessa. Il cinema ci ha posto in contatto negli ultimi anni
con i grandi temi della storia del novecento attraverso lo sguardo filtrato del racconto.
Se ripercorriamo la storia del rapporto tra cinema e Shoah possiamo ritrovare le
tracce della stessa dialettica che c’è tra la storia e la memoria. C’è una perfetta
corrispondenza nei tempi e nelle modalità della rappresentazione filmica con la
memoria nelle sue varie articolazioni. Il cinema non è stato, quindi, in generale,
precursore critico o apripista ma ha perfettamente rappresentato i tempi in cui operava
nell’elaborazione del lutto collettivo e della memoria della Shoah. E all’interno di
quella cornice ha creato e stimolato il discorso pubblico, ha avuto un ruolo nella
costruzione della memoria pubblica e di quella collettiva.
La storia della Shoah è anche la storia del suo racconto e delle rappresentazioni
identitarie che i gruppi si sono dati, è la storia della costruzione della memoria. la
narrazione della Shoah cambia a seconda dei vari momenti storici corrispondendo alle
varie auto rappresentazioni dei gruppi o ai bisogni delle collettività. È un campo
simbolico, terreno di scontro e di competizioni tra attori sociali diversi. Oggi tutti i
paesi coinvolti nel genocidio ebraico e non solo quelli coinvolti direttamente, hanno
una politica della memoria della Shoah, conservano i luoghi dello stermino
commemorano la giornata della memoria e costruiscono musei e monumenti. Ogni
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paese ha anche un suo cinema. Non è stato sempre così, nell’immediato dopoguerra il
silenzio su Auschwitz era la regola e gli stessi sopravvissuti preferivano tacere. Il
trauma doveva ancora essere elaborato. La storia narrata era quella degli Stati. Negli
Stati Uniti il racconto era quello della democrazia vincente sui paesi delle dittature,
nello stesso Stato d’Israele, dove l’ideologia vincente del sionismo che aveva creato
uno stato nel deserto e con il duro lavoro era riuscito a liberarsi da una situazione
anomala di senza terra, non c’era spazio per i sopravvissuti pur essendo quasi un terzo
della popolazione. La presenza della Shoah nella mentalità collettiva di Israele ha
avuto un momento di svolta con il processo Eichmann mandato in diretta alla radio
israeliana.
La Shoah diventava una metafora di tutto quello che il popolo israeliano poteva
imparare dalla tragedia del proprio popolo. Questo dolore quindi sembrava riuscire
fuori dopo anni in cui il lutto era rimasto sospeso, nascosto, latente nella vitalità del
nuovo Stato impegnato a combattere per la sopravvivenza. Così accadeva in Europa e
negli Stati Uniti. Una rimozione collettiva e statuale di un passato difficile persino da
pensare e immaginare. Il discorso pubblico e politico collegava direttamente la
rinascita dello Stato ebraico ad un passato glorioso. Si creava così un salto storico con
un vuoto non nominato. La Shoah semplicemente non era, era assente nella
ricostruzione della storia e della memoria israeliana nei primi anni di vita dello Stato.
E con la Shoah venivano cancellati duemila anni di vita ebraica, perché la storia
poteva essere solo quella di un popolo, di una nazione e non di individui diasporici
(cfr. Gurion, 1957 ). La storia voleva eroi e le vittime venivano occultate nel discorso
pubblico. Il silenzio pubblico non risparmiava né l’Europa né gli Stati Uniti. Nel
nostro paese occorreva dare spazio alla lotta partigiana, all’eroe della resistenza. “La
deportazione razziale occupa oggi in seno alla memoria collettiva – è questo uno dei
tanti paradossi di cui è ricca la storia – una posizione ben più grande di quella riservata
alla deportazione politica, esattamente all’opposto di quanto avveniva nel dopoguerra
quando, durante le commemorazioni ufficiali, la valorizzazione degli eroi – i
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